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Perché stiamo perdendo - 7/01/09

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chiesa-giuliettodi Giulietto Chiesa - Megachip

Proponiamo ai lettori una riflessione di Giulietto Chiesa sul problema di fondo che emerge mentre continua la strage di Gaza: è la questione del sistema della comunicazione e dei limiti di chi vi si oppone, in piena emergenza informativa. Pubblicheremo i vostri commenti all’articolo, possibilmente entro il limite delle 2000 battute. Scrivete a redazione@megachip.info.
La redazione di Megachip



Seguono alcuni commenti alla fine dell'articolo.

A volte è necessario mettere ordine nelle idee. Specie quando accade che le tue idee appaiono così in contrasto con ciò che ti circonda da farti pensare che, forse, sei tu che sbagli e tutti gli altri hanno ragione.
Leggo la notizia che i morti, nella striscia di Gaza (4 gennaio sera) sono saliti a 500 e i feriti hanno superato quota 3000. Leggo, sugli stessi giornali, ma nelle ultime righe, che Israele ha avuto un solo militare morto. Due giorni dopo saliranno a quattro ma solo perché tre di loro sono caduti sotto il "fuoco amico" dei commilitoni.
Vedo che uno dei maggiori eserciti del mondo, dotato delle più avanzate tecnologie (americane) sta sviluppando un’offensiva a tutto campo contro la popolazione di un milione e mezzo di persone, schiacciata in un esiguo territorio, isolata, accerchiata, da 20 mesi strangolata da un embargo pressoché totale.
Leggo che l’«esercito» di Hamas ha non più di 25 mila uomini, so che non ha aviazione, non ha carri armati, non ha nemmeno pezzi di artiglieria pesante. Salvo missili artigianali che non servono neppure per la battaglia. Infatti partono da qualche cortile, a casaccio, spontaneamente. Cadono a casaccio. Qualche volta uccidono o feriscono. In tre anni sono morte 17 persone nelle cittadine e villaggi, ora israeliani, che circondano la striscia.
Leggo che tutto ciò è orribile, mostruoso. E lo è effettivamente. Ma queste cose le scrivono coloro che hanno taciuto sull’embargo che ha strozzato Gaza; quegli stessi che tacciono sulle violazioni di Israele di tutti gli accordi internazionali, delle risoluzioni dell’Onu; quegli stessi che negano che esista una questione umanitaria a Gaza, anzi che negano sia mai esistita. Certo io non lancerei missili a casaccio, nemmeno per ritorsione contro violenze multiple subite da anni, da decenni. Ma io abito a Roma e posso comprarmi le medicine in farmacia, sempre che abbia i soldi per farlo. Loro, i palestinesi di Gaza, i padri e le madri, devono scavarsi i tunnel sottoterra per arrivare in Egitto, e poi schivare le pallottole dei fratelli arabi al servizio di Hosni Mubarak.
Leggo anche il bilancio delle vittime israeliane dei mostruosi missili di Hamas. Se le cifre che ho visto non mentono - cifre americane - si tratta di due morti e 20 feriti in tre mesi. Orribile, perché erano innocenti civili. Ma, come disse padre Balducci, quando il conto delle vittime raggiunge rapporti superiori a 1 contro 500 non si può più parlare di guerra ma solo di strage.
Leggo che Israele ha il diritto inalienabile di difendere la propria esistenza. Ma chi è in grado, oggi, domani, in un futuro qualsiasi, di minacciare l’esistenza di Israele? Hamas? Suvvia, nemmeno chi le dice può credere a queste sciocchezze.
Leggo commenti scandalizzati per le bandiere di Israele bruciate e imbrattate con le svastiche naziste. Altri si sono scandalizzati per i musulmani che pregano nelle piazze europee, in segno di solidarietà con i fratelli di Palestina trucidati. A me pare che protesta più civile non si sarebbe potuta immaginare. Invece c’è chi la trova scandalosa, non politically correct. Infatti, che musulmani sono se si limitano a pregare? Noi li vorremmo sanguinari, con il coltello in bocca. Così non funzionano.
Ma poi ho l’impressione - scusate ma sono troppo confuso da questa doccia scozzese di notizie - che si pretenda correttezza politica dagli altri senza tenere conto della nostra (di noi europei, di noi italiani) responsabilità morale per avere tollerato, senza condannarlo, l’embargo illegale contro Gaza (per non parlare di tutta la storia pregressa dell’occupazione, anch’essa illegale, delle terre palestinesi). Mi chiedo: si può essere politicamente corretti in queste condizioni? Ovviamente di chi è oggetto di illegalità e violenza? Vogliamo concedere qualche attenuante generica?
Ma interrompo qui le mie rimostranze "logiche". Capisco che non finirei più di avere le idee confuse. Quindi metto ordine. La domanda è questa: come è possibile che decine di mass media, tutti i più importanti, centinaia di giornalisti, migliaia di diplomatici, di ministri, di parlamentari, di uomini di governo (lascio da parte, per ora, i milioni di spettatori e lettori, vittime delle precedenti categorie) possano non vedere la monumentale incongruenza tra i fatti e la loro narrazione? Tra le affermazioni che sostengono e i fatti? C’è una logica in questa follia?
C’è, e viene da lontano.

Il Glasgow Media Group (rete di accademici e ricercatori britannici che da trent’anni monitora i media del Regno Unito) ha pubblicato un’analisi di come quei media hanno "coperto" il conflitto israelo-palestinese. (per saperne di più e in dettaglio si legga su www.megachip.info, che ha ripreso un articolo uscito su www.senzasoste.it). Il GMG ha analizzato 200 differenti edizioni dei Tg della BBC e di ITV News e intervistando più di 800 persone che hanno assorbito i loro messaggi. Il tutto in un periodo preciso, gli anni tra il 2000 e il 2002. Piuttosto lontano dagli eventi attuali. Ulteriore avvertenza: dato che il mainstream britannico è considerato tra i migliori del mondo (anche se di gran lunga non sempre lo è per davvero) possiamo ritenere che il suo esempio sia la versione migliore, il paradigma del mainstream occidentale nella sua interpretazione più decente, o, se preferite, meno indecente. Ebbene, ecco, in sintesi, i risultati.
Gli spettatori del Regno Unito hanno capito poco e male le cause del conflitto, le sue origini gli sfuggivano. Ma hanno assorbito in generale le spiegazioni date dal governo israeliano. Anche perché, si capisce, le fonti israeliane ascoltate e viste erano più del doppio di quelle palestinesi. A rafforzare la monodimensionalità del messaggio sono stati chiamati numerosi parlamentari e senatori americani, invariabilmente favorevoli a Israele, a prescindere. I bambini palestinesi risultavano quasi sempre vittime del "fuoco incrociato" tra palestinesi e israeliani. Buona parte degli spettatori non sapeva cosa fossero i "territori occupati", e neppure chi fossero gli occupanti, se israeliani o, per caso, gli stessi palestinesi. Quasi tutti gl’intervistati pensavano che gl’incidenti erano sempre iniziati dai palestinesi e che gl’israeliani non facevano che reagire alle offese subite. La maggioranza del pubblico concepiva gl’insediamenti dei coloni israeliani come pacifiche comunità di agricoltori minacciate dall’aggressività araba. Il numero dei morti israeliani risultava di molto superiore a quello dei morti palestinesi, sebbene il tragico conto della seconda Intifada dica che il rapporto delle vittime delle due parti fu di cinque palestinesi contro uno israeliano.
Possiamo fermarci qui.

Il caso di Israele è un’eccezione? Niente affatto. Queste tecnologie informative sono state sperimentate in tutti gli scenari di conflitto , senza eccezione alcuna. Negli ultimi vent’anni, anzi, esse si sono affinate e migliorate, nel senso della loro efficacia manipolatrice. Si veda, come esempio più recente, la "copertura" della guerra di Georgia contro l’Ossetia del Sud. L’intero mainstream occidentale ha assunto come standard questa intelaiatura al tempo stesso linguistica, concettuale, temporale, funzionale: il pensiero unico integrato con il messaggio unico.
Vi è, per questo, una spiegazione oggettiva: l’esistenza del nemico comunista aveva reso relativamente semplice il compito di assegnare ad esso le cause dei problemi del mondo. C’era un "male" visibile (anch’esso sapientemente costruito nei primi anni post-bellici) al quale potevano essere immediatamente attribuite tutte le responsabilità, i crimini, le efferatezze, le ingiustizie ecc. Per giunta senza tema di smentite che provenissero dall’altra parte. Quando le si registrava era solo per irriderle.
Il crollo del comunismo rese più complicata l’esigenza di "motivare" la violenza e la sopraffazione occidentale. Da qui la creazione artificiale del "pericolo islamico", momento topico, culmine della quale fu l’11 settembre 2001.

Il conflitto israelo-palestinese è quindi il luogo principale dove la strategia manipolatrice, di cui stiamo analizzando i caratteri, ha potuto svilupparsi con tutta la potenza dei suoi componenti. È in Palestina che l’Occidente intero si scontra quotidianamente con i suoi nemici. È aiutando Israele che l’Occidente si lava le mani dell’olocausto hitleriano, che dall’Occidente fu concepito e attuato. È in Palestina che, mille volte più che altrove, la verità dev’essere rovesciata nel suo contrario; che la sopraffazione del più forte dev’essere dipinta come necessità di difesa contro il più debole. E in Palestina che deve essere imposta, a tutti i costi, la favola di Esopo, del lupo - a monte - che accusa (e uccide) l’agnello - a valle - dopo averlo accusato di intorbidirgli l’acqua del ruscello.
Ciò contrasta - lo sappiamo - con la fisica dei corpi, che impedisce all’acqua di salire da valle a monte. Da qui la difficoltà dell’impresa di motivare l’uccisione dell’agnello. Esopo ha scritto la favola proprio per dimostrare l’assurdità della pretesa del lupo. Nasce da questa considerazione morale-letteraria una conclusione che è impossibile evitare. Essa dice che non c’è nulla di casuale in tutto quello che si è fin qui detto. Queste strategie comunicative sono state studiate accuratamente, e vanno molto oltre la disonestà intellettuale e professionale di individui - pur spregevoli - come Riotta, Pagliara, Ostellino e altri, di cui qui è perfino inutile parlare.


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